Skip to content Skip to footer

Silicon Valley – Diario di bordo #1

Arrivare a San Francisco è stato, per me, surreale. 

Dopo mesi di preparazione, idee, pensieri e aspettative, sabato pomeriggio siamo finalmente atterrati nella città simbolo dell’innovazione. Tra viaggio e stanchezza accumulata, la prima sera l’abbiamo passata tranquillamente nei dintorni dell’hotel, ancora increduli di essere davvero qui e consapevoli che da lì a poche ore sarebbe cominciata un’esperienza che ci avrebbe sicuramente messo alla prova.

Domenica, invece, abbiamo iniziato a esplorare la città. Elettrizzati all’idea della settimana che ci aspettava abbiamo deciso, in questo primo vero giorno, di iniziare a vivere San Francisco, dalla passeggiata verso la Silicon Valley ai pier della città. Camminando fino al famosissimo Pier 39, abbiamo respirato un’atmosfera molto diversa rispetto a quella a cui siamo abituati, tra artisti di strada, locali caratteristici e le simpatiche foche del molo. Dopo pranzo abbiamo continuato a perderci tra North Beach e Chinatown, incontrando anche un italiano che vive qui da quattordici anni e che, sentendoci parlare, si è subito fermato a raccontarci un pezzo della sua avventura americana. È stato stimolante, uno di quei piccoli incontri casuali che riescono a farti sentire lontanissimo da casa ma, allo stesso tempo, anche un po’ più vicino.

Lunedì, finalmente, è iniziata l’esperienza per cui siamo venuti qui: le varie attività nella sede di INNOVIT. Fin dalla colazione di benvenuto era chiaro il clima di confronto e curiosità reciproca, che sicuramente caratterizzerà tutte le giornate qui: startup e storie diverse, ma la stessa voglia di imparare, crescere e costruire qualcosa di concreto. Dopo i saluti istituzionali del Managing Director Alberto Acito e del Console Generale d’Italia a San Francisco, Massimo Carnelos, abbiamo iniziato i primi workshop. Tra gli interventi che mi hanno colpito di più c’è stato sicuramente quello di Carlo Rivis, che ci ha ricordato quanto, nel mondo startup, “clarity is key”, spiegandoci tutto ciò che non funziona all’interno di un progetto. Nel pomeriggio abbiamo poi lavorato sul valore del pitch con Pancrazio Auteri, in una lezione coinvolgente che ci ha lasciato moltissimi spunti su cui poter riflettere ancora nei prossimi giorni. Uno in particolare mi è rimasto impresso: ogni progetto deve rispondere a una “pain and urgency”, un bisogno reale, qualcosa di cui il presente sente davvero la mancanza. Non basta, infatti, avere un’idea interessante: bisogna riuscire a diventare quella risposta necessaria. Pancrazio ci ha anche invitati a pensare in grande, invogliandoci a “trasformare l’impossibile in inevitabile”, una frase che ci siamo portati dietro per tutta la giornata.

Anche in questa seconda giornata di martedì abbiamo continuato a lavorare sul nostro modo di comunicare il progetto, partendo dagli “handshake pitch”: pochi secondi per catturare attenzione e raccontare a chi ci ascolta la nostra idea. Meghan Patrick-Cane, subito dopo, ci ha parlato delle differenze culturali nella comunicazione con gli investitori americani, aiutandoci a capire quanto spesso un feedback diretto non sia una critica distruttiva, ma un modo per migliorare. Prima della pausa pranzo, con il Managing Partner Tarun Kapoor abbiamo affrontato il tema del Product-Ecosystem Fit, riflettendo su quanto sia importante creare valore per tutto l’ecosistema che circonda il progetto.

Siamo solo all’inizio, ma questi primi giorni ci stanno già lasciando tantissimo; ora però si torna a lavoro, il pitch ci aspetta. 

Marika De Marco